Firenze e l’Arno

La memoria dell’alluvione dopo 60 anni

Il rapporto tra Firenze e l’Arno è fatto di storia, bellezza e quotidianità, ma anche di un rischio che accompagna la città da secoli. Il fiume attraversa i Lungarni, passa sotto i ponti e ha contribuito allo sviluppo dei commerci e delle attività cittadine; la sua presenza, tuttavia, ha sempre imposto una convivenza difficile. Il 4 novembre 1966 questa relazione mostrò il suo volto più drammatico: in poche ore l’acqua sommerse strade, abitazioni e monumenti.

 

La notte in cui l’Arno invase Firenze

L’autunno del 1966 era stato particolarmente piovoso e, dopo dieci giorni di precipitazioni incessanti, nella notte tra il 3 e il 4 novembre l’Arno esondò nel Casentino e nel Valdarno Superiore. Quando la piena raggiunse Firenze, un’onda alta circa tre metri attraversò le strade a una velocità di 60 chilometri orari. I Lungarni scomparvero sotto una distesa torbida, mentre scantinati, negozi e piani terreni venivano invasi da acqua, fango, nafta e detriti: in via dei Neri, nel quartiere di Santa Croce, il livello raggiunse 4 metri e 92 centimetri.

 

La piena colpì anche luoghi che custodivano testimonianze fondamentali della storia italiana. Nella Biblioteca Nazionale Centrale furono sommerse quasi un milione di unità bibliografiche; nella basilica di Santa Croce il Crocifisso di Cimabue rimase immerso per molte ore, riportando danni gravissimi.
Quando l’acqua si ritirò, il 6 novembre, lasciò Firenze sotto circa 600.000 tonnellate di fango e l’emergenza, non riguardò soltanto il capoluogo: il Valdarno, il territorio pratese e altre aree della regione furono duramente colpiti, con un bilancio complessivo di 35 vittime in Toscana.

 

Tre storie meno conosciute 

Alla Biblioteca Nazionale gli orologi elettrici si fermarono alle 7.26, mentre l’acqua invadeva l’edificio. Tra i materiali danneggiati non c'erano soltanto libri e periodici: furono alluvionate anche circa sei milioni di schede dei cataloghi cartacei, strumenti indispensabili per rintracciare e consultare le opere. Il direttore Emanuele Casamassima coordinò il recupero insieme al personale, ai tecnici e ai volontari; nel giro di poche settimane venne organizzato un laboratorio di restauro che, per dimensioni e capacità operativa, fu per un periodo il più grande al mondo. L’esperienza fiorentina contribuì a trasformare profondamente le tecniche di conservazione dei libri.

 

Anche l’Archivio di Stato, ospitato nel complesso degli Uffizi, subì danni ingenti; l’acqua invase quaranta ambienti al piano terreno, danneggiando inizialmente circa 45.000 documenti appartenenti a 46 fondi archivistici. Le ricognizioni successive portarono a stimare in circa 70.000 i pezzi alluvionati, di cui oltre 11.000 andarono distrutti o dispersi. Non erano soltanto carte amministrative, ma testimonianze della vita civile, economica e istituzionale della Toscana.

Tra le opere meno ricordate c’è poi l’Ultima Cena di Giorgio Vasari, conservata nel Museo di Santa Croce. La grande tavola lignea, composta da cinque pannelli, rimase completamente sommersa per oltre 48 ore, a contatto con acqua, fango e nafta. Dopo essere stata custodita per circa quarant'anni nei depositi, venne affidata all’Opificio delle Pietre Dure per un complesso intervento di restauro, concluso nel 2016.

 

Accanto ai tecnici e ai soccorritori arrivarono da tutta Italia e dall’estero migliaia di giovani volontari, pronti a spalare il fango e recuperare libri e opere d’arte: furono chiamati Angeli del Fango. La loro presenza è rimasta uno dei simboli della solidarietà nata intorno alla città ferita: per Firenze, l’alluvione non fu soltanto una catastrofe naturale, ma una ferita nella memoria collettiva; l’Arno, da elemento familiare del paesaggio, era diventato una forza incontrollabile…Eppure, proprio da quella tragedia emerse la tenacia tipica dell’identità fiorentina che non si lascia abbattere. 

 
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