Per ottimizzare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza cookies. Cliccando accetta si autorizza l'uso dei cookies. Maggiori informazioni
Accetto
Register
iscriviti gratuitamente ad It's Tuscany, scoprirai gli incantevoli territori della Toscana, i suoi prodotti e le sue tipicità
Privato
Azienda
 Registrami alla newsletter per ricevere offerte sui prodotti e news dai territori
Inviando questo modulo si accosente il trattamento dei dati personali sopra inseriti, per la funzione del servizio richiesto, i dati saranno tutelati in base al d.l. n 196 del 30 giugno 2003 decreto legislativo n. 196 del 30/06/2003
 * Spuntando la casella si accettano i  Termini e condizioni generali  di It's Tuscany

Firenze

Notizie

“Sindrome di Stendhal“, storia della nascita della celebre espressione

Quando la bellezza dell’arte influenza la mente

In molti avranno sicuramente sentito l’espressione “sindrome di Stendhal“, in pochi forse sanno come si è originata e perché.

Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, è stato uno scrittore francese. I suoi romanzi di formazione più celebri Il rosso e il nero (1830) e La Certosa di Parma (1839) fanno di lui uno dei maggiori rappresentanti del romanzo francese del XIX secolo.

Quel che si sa sulla sua persona, al di là del grande autore letterario che è stato, è che fu anche e soprattutto un grande amante dell'arte e appassionato dell'Italia, nella quale visse a lungo.

Siamo nel 1817 ed è proprio durante il Grand Tour d’Italia, che lo vide soggiornare dapprima a Milano spingendosi poi fino a Pompei, che Stendhal venne rapito dalle infinite bellezze del nostro paese.

 

 

Come nacque la celebre espressione?

 

Tutto avvenne quando lo scrittore francese trovandosi a Firenze, nel suo girovagare per lo splendido centro cittadino, entrò nella basilica di Santa Croce.

Fu all’interno dell’edificio, mentre ammirava le opere d’arte custodite al suo interno, che Stendhal cominciò a sentirsi male. I sintomi che manifestò furono: ansia, confusione mentale e senso di disgregazione del proprio Io; tutte quelle opere di straordinaria fattura in uno spazio limitato, erano davvero troppo per un amante dell’estetica come lui.

«Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere». Queste poche righe, scritte dallo scrittore, sono le prime che descrivono ciò che qualche anno più tardi venne definita sindrome di Stendhal.

 

Negli studi di psichiatria

 

È stata poi una psichiatra italiana, Graziella Magherini, che nel 1979 si trovò a descrivere più di cento casi collegabili alla sindrome di Stendhal nella sua opera.

La Magherini, responsabile del servizio per la salute mentale dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Firenze, per via del suo ruolo, si trovava di fronte turisti che venivano ricoverati nell’ospedale dove era di stanza, dopo essere usciti dagli Uffizi. Erano in genere di età compresa fra i 25 e i 40 anni, di sesso maschile, provenivano dall’Europa Occidentale o dal Nord-America, viaggiavano da soli e avevano un buon livello di istruzione.

Nel suo libro così scriveva la psichiatra sulla sindrome che li coglieva: “La Bellezza e l’opera d’arte sono in grado di colpire gli stati profondi della mente del fruitore e di far ritornare a galla situazioni e strutture che normalmente sono rimosse“.

La sindrome di Stendhal, anche conosciuta come “sindrome di Firenze“, è dunque la conferma della grande forza evocatrice dell’arte, talmente potente da essere in grado di influenzare l’emotività dello spettatore.